“Io condivido” Samanta Crespi condivide: La “cancel culture”

La “cancel culture”, la censura del politically correct colpisce ancora e stavolta lo fa in uno degli ambiti a tutti noi adulti, più cari: i film animati della nostra infanzia Di cosa sto parlando? Di Disney+, nota piattaforma di streaming, e della decisione di rimuovere dal proprio palinsesto dedicato ai bambini i grandi classici, come “Peter Pan”, “Dumbo” e “Gli Aristogatti”

La Disney è stata più volte accusata di aver idealizzato una parte di realtà per poter giocare sui luoghi comuni associati ad altre realtà minori. I titoli, eliminati dalla sezione di Disney+ dedicata ai bambini, sono stati rimaneggiati di modo tale che, seppur disponibili nella sezione per adulti ed è stata aggiunta l’indicazione che siano visibili per un’età non inferiore ai 7 anni. «Questo programma include rappresentazioni negative e/o denigra popolazione e culture. Questi stereotipi erano sbagliati allora e lo sono ancora. Piuttosto che rimuovere questo contenuto, vogliamo riconoscerne l’impatto dannoso, imparare da esso e stimolare il dibattito per creare insieme un futuro più inclusivo», si legge ora nell’avvertenza che precede i titoli di testa dei film.

Gli Aristogatti, che tra l’altro è il film animato preferito da mia figlia di quattro anni, (anche perché noi abbiamo in casa tre gatti), secondo la Disney, offende gli asiatici e la loro cultura con una caricatura del gatto siamese, coi denti sporgenti e che suona con le bacchette, che solitamente gli asiatici usano per mangiare. 

Peter Pan avrebbe tradito i nativi americani, definendo Giglio Tigrato e la sua tribù «pellerossa». 

Dumbo e i corvi, (nella versione originale hanno voci doppiate da bianchi che scimmiottano la parlata delle persone di colore). «E quando poi veniamo pagati, buttiamo via tutti i nostri soldi», cantavano gli amici alati dell’elefantino, demonizzati dal politically correct al punto da essere stati presi come esempio dannoso per i più piccoli.

Ora, io sono una donna adulta, con una disabilità motoria, quindi sono piuttosto sensibile alle rappresentazioni poco lusinghiere delle categorie più fragili, ma sono anche stata una bambina che è cresciuta con questa cultura Disney (come penso tanti adulti di oggi,nati negli anni ’70-’80).

Ho consumato le VHS, allora c’era solo il video registratore, di “Lilli e il Vagabondo” e “Mary Poppins”, entrambi ho scoperto recentemente esser stati tacciati di un certo razzismo.

Cosa potrà mai contenere di tanto terribile la tenera storia d’amore di due cagnolini?

In “Lilli e il Vagabondo” i gatti siamesi Si e Am, colpevoli di cantare una canzone carica di stereotipi offensivi per le persone di razza asiatica: il motivetto orientaleggiante, le “r” pronunciare come “l”, gli occhi troppo a mandorla.

Mary Poppins

la scena sui tetti di Londra con gli spazzacamini è a considerarsi “altamente problematica”, con il cosiddetto blackface: l’usanza cioè di dipingersi viso e corpo di nero, truccandosi in modo marcatamente non realistico per assumere le sembianze stilizzate di una persona di pelle nera.

Io trovo tutto ciò semplicemente aberrante, sia come bambina che conosce a memorie scene e battute di tutti questi film, sia come disabile, sia come mamma. È un grosso sbaglio censurare tutto in virtù di una presunta correttezza che non scontenti nessuno, perché così non si fa altro che nascondere certe ideologie, fortemente legate al periodo storico, sotto il tappeto. Invece si dovrebbe lasciare tutto così com’è, sotto gli occhi di tutti, generazioni passate e future.  Solo così si può spiegare e capire un prodotto del suo tempo e non ripetere lo stesso sbaglio. La censura non permette di riflettere di porsi domande, di pensare diversamente e poi è una china pericolosa, perché oltre ad appiattire certi contenuti senza che ce ne sia effettivo bisogno (e con gli Aristogatti, Dumbo, Peter Pan non credo ci sia), pone anche un problema di interpretazione e di libertà di espressione.

Fino a che punto è giusto censurare? E siamo sicuri che i criteri con cui si censura, si rimaneggia, siano sempre giusti e oggettivi?

Se è per non nuocere ai bambini, allora il percorso giusto a parer mio non è censurare un film animato, o vietarlo ad una certa fascia di età, ma spiegare, se il bambino comprende che c’è qualcosa di sbagliato, cosa è la diversità e perché è giusto che ci sia, fosse anche con stereotipi da criticare.

Se, diversamente, è per non urtare presunti movimenti adulti della “cancel culture”, allora anche qui ci sarebbe molto da dire, in quanto non siamo tutti uguali. Ad esempio gli attivisti disabili, non perseguono tutti gli stessi obiettivi, perché hanno diverse sensibilità. Non si può censurare tutto, perché non si può riscrivere la storia o mettere a tacere tutti i punti di vista, perché se così fosse, bisognerebbe riscrivere almeno metà dei prodotti letterari e audiovisivi dell’ultimo secolo e questo assomiglia più ad una caccia alle streghe che non ad una politica davvero inclusiva ed empatica.

Siamo quello che siamo, anche e soprattutto in virtù di quello che c’è stato in passato. Cancellare certi pezzi di storia, non aggiusterà i torti subiti, né potrebbe servire a cambiare le menti dei più.

Samanta Crespi

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