“Io condivido” rete disabilità. Samanta Crespi condivide, la disabilità rappresentata nei media e nei libri

Sulla disabilità si è detto spesso di tutto e il contrario di tutto e spesso mi rendo conto che oltre ad un problema di empatia, la percezione della disabilità è un problema culturale. In quanto donna disabile motoria e mamma e mi accorgo sempre di più di come la disabilità a livello di media, stampa e libri non venga rappresentata, se non con stereotipi o storie pietistiche che in realtà enfatizzano spesso la vita o la storia di chi quella disabilità non la vive davvero. Marina Cuollo in un suo post di Facebook mi ha fatto riflettere proprio su questo: sul fatto che una persona disabile non trova rappresentata se stessa nei libri e film, quindi talvolta è difficile identificarsi, o ci si riesce, a patto di dimenticarsi di essere disabili. Cosa legittima: io posso immaginare di volare se ne ho voglia, di poter camminare senza ausili, non c’è limite alla fantasia, ma non sarebbe bello a volte vedersi rappresentati in maniera corretta e non stereotipata in un film o libro?

Certo, esempi nei film sul piccolo o grande schermo ce ne sono già alcuni e ben riusciti, ma ne ho trovati veramente pochissimi in letteratura, nei libri, nei romanziSi parla di una ragazza Cristine la quale dopo aver ereditato un giubbotto da suo fratello maggiore si vergognava così tanto d’indossarlo che a scuola s’inventa una storia: dice che quel giubbotto è lo stesso usato da Harrison Ford in Indiana Jones. Tutti i compagni saputa la storia vogliono indossarlo e allora Cristine l’affitta per denaro. Le bugie hanno le gambe corte e Cristine decide di raccontare la verità ai suoi compagni di classe, nel mentre arriva un nuovo alunno George Stevenson il quale cammina con le stampelle e zoppica per via della poliomielite, nonostante il carattere schivo, il nuovo arrivato apprezza la creatività di Cristine, tanto che diventano amico fino poi a innamorarsi.

Uno dei miei passaggi preferiti all’epoca e in cui mi rispecchiavo tanto, riguarda George che si rivolge a Cristine quando la vede piangere per la sua condizione fisica: “Non voglio essere compatito dagli altri, sono abituato a difendermi dalla pietà altrui. Forse quello che ti dico ti sembrerà duro, ma la pietà può essere molto pericolosa. So per esperienza che, in genere, se qualcuno ti compatisce, arriva sempre il momento in cui ti presenta il conto, e allora è terribile. E poi cominci a dipendere dagli altri, e alla fine non sai se riesci a cavartela o no da solo. Io cerco di essere autosufficiente, e dato che per me è stato difficile imparare a vivere con una menomazione, molte volte devo sembrare troppo rigido e orgoglioso.”Non è una grande dichiarazione, ma per me è stata fondamentale. ”Il giubbotto di Indiana Jones” è un libriccino senza pretese, io l’avrò letto che avevo 11 anni, ma ricordo la mia felicità quando mi accorsi che nella storia compariva un personaggio disabile (con le stampelle, come me), che aveva gli stessi pensieri che avevo io (non volevo essere compatita e volevo cavarmela da sola) e che alla fine viveva pure una piccola e innocente storia romantica (cosa che io pensavo fosse impossibile vista la mia disabilità motoria)

Per una bambina quasi adolescente che ero io, che viveva perennemente insicura e schiacciata dal giudizio altrui questo piccolo libro, questa storia semplice, quasi banale, mi ha dato la possibilità di immaginare attraverso la storia di George e Cristine che anche io potevo aver diritto ad essere accettata e amata per quello che ero, gambe storte e stampelle incluse. A undici anni non mi era scontato e non lo è neppure adesso che sono adulta e con una famiglia.

Per questo, e per un mondo che vada nella direzione della comprensione e dell’inclusività, quella vera, mi piacerebbe che ci fossero più personaggi disabili nelle storie, nei libri. Essi non devono essere per forza positivi o strappalacrime, basta che siano umani, imperfetti, fallibili, come tutti gli altri.

Ce n’è un grande bisogno.

Samanta Crespi

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