“Io condivido” notizie annunci (Samanta Crespi) Il mio aspetto interiore, il mio aspetto esteriore: convivere con la disabilità.


Notizie annunci di persone con disabilità, cooperative, associazioni, enti, aziende

Quando ero un’adolescente, ma anche fino a qualche anno fa, cercavo ogni modo per integrarmi con le persone “normali” senza disabilità. Pensando che solo così avrei messo a tacere quella sensazione sempre presente di disagio, quella vocina che mi diceva che sì, ci ero quasi, ma non ero mai abbastanza. Come quei ragazzi che mi ripetevano spesso: “sei carina, saresti anche una bella ragazza, peccato per quelle gambe…”

Ci stavo male, inutile negarlo, quando vedi che i più non vanno oltre l’apparenza fisica e tu sei una ragazzina di quindici- sedici anni che vorrebbe solo esser accettata, fa male davvero, anche perché la disabilità non è qualcosa che si possa cambiare. Si vede, c’è, ed è molto ingombrante, tanto da oscurare talvolta la mia persona, il mio carattere, quello che c’è dietro le stampelle e che pochi hanno la voglia e il tempo di stare a scoprire. 

Fu così che, presa dallo sconforto giovanile, in cui credo passino tutti gli adolescenti disabili e non, chi più e chi meno, inconsciamente iniziai a cercare di “mascherare” i miei difetti fisici evidenti, il mio modo di camminare ecc… cercavo insomma di essere “Abile” in un mondo dove gli “Abili”, la maggior parte,  mi continuavano a percepire comunque come diversa.

Non riuscivo nemmeno a stare, o a considerare, altre persone con la mia stessa patologia, la paralisi celebrare infantile, perché non mi rispecchiavo in loro, mi sentivo a disagio. Senza rendermene conto ero vittima di me stessa e della mia falsa costruzione mentale. Io mi sono sempre pensata “normale” e nella testa mi vedevo normale, insomma una certa distorsione in positivo della realtà, ma che faceva sì che chi aveva le stampelle come me per deambulare o utilizzasse la carrozzina mi sembrasse distante anni: il pensiero nella mia testa diceva a gran voce che io non ero come “loro”. Senza capire che non c’è un noi e un loro. Siamo tutti diversi, tutti umani, tutto con le stesse emozioni, anche se non con lo stesso punto di partenza, o la stessa difficoltà nel fare le cose. Le cose sono un po’ migliorate nel momento sono diventata adulta, e poi anche mamma. 

Non c’è come l’avere un figlio per spostare il focus da noi stessi ad un altro essere umano più importante. Cambiano le priorità, cambiano i pensieri, cambia la prospettiva con cui guardi il mondo e gli altri. Non c’è come l’avere un figlio per spostare il focus da noi stessi ad un altro essere umano più importante. Cambiano le priorità, cambiano i pensieri, cambia la prospettiva con cui guardi il mondo e gli altri. Ho capito dove stavo sbagliando: stavo cercando di normalizzarmi per uniformarmi, senza capire che la “normalità” in senso astratto non esiste, forse non è mai esistita, quindi non dovevo rendere a nessun ideale. Certo ci sono i canoni di bellezza, ma questo si modificano di epoca, in epoca, di generazione in generazione.

Certo sulla disabilità e l’inclusione sociale c’è ancora molto da fare, poiché manca proprio l’educazione al diverso, all’empatia e  al rispetto. Per quanto riguarda me, ho sempre avuto questo grande problema: lo scarto tra come mi sono sempre immaginata di essere, quello che pensavo di poter fare; ed invece come era realmente il corpo, coi suoi limiti oggettivi è sempre stato enorme. Ho sempre vissuto questo equilibrio precario emotivo e letteralmente fisico come qualcosa che mi impediva di vedermi davvero. Per farvi un esempio: ho sempre odiato gli specchi e tuttora fatico a guardare me a figura intera.

Sto lavorando molto su questo, sul doloroso, quanto necessario percorso di accettazione e mi ha aiutato molto il non essere più sola. Ora ho amiche e mamme che hanno seguito il mio identico percorso, o molto simile, chi più in salita chi meno. Questo mi ha aiutata un po’ nel cercare di accettarmi per quello che sono, per dove non arrivo, per quelle gambe un po’ così, per quelle cicatrici che mi deturpano il corpo e non sono ancora e forse non saranno mai motivo d’orgoglio.

A piccoli passi, provo e riprovo e cerco di mantenermi salda sui miei obiettivi. Grazie ad un gruppo di fantastiche ragazze (anch’esse con paralisi celebrale infantile) ora riesco anche a condividere dolori ed esperienze senza più sentire un peso dentro, o peggio ancora vergogna. Sembra una cosa banale ma non lo è: tutto, anche il voler disconoscere la propria disabilità, magari all’inizio, passa attraverso un lungo cammino la cui risposta finale è la comprensione di come non esista una normalità assoluta.

Samanta Crespi

Ti potrebbe interessare anche...